Nel 2022 mi sono laureato in Culture e Tecniche della Moda con una tesi su come l'industria della moda venga trasformata dalla quarta rivoluzione industriale. Non sono arrivato a questo argomento come uno studente che scopre qualcosa di nuovo — l'avevo già vissuto in gran parte sul campo, in fabbrica, anni prima ancora di aprire un libro di testo.
I sociologi W.F. Whyte e C.W. Mills descrissero certe professioni come occupanti una posizione di "man in the middle" — mediatori tra due mondi che raramente si parlano direttamente. È un'idea che non ho inventato, ma che mi rappresenta meglio di ogni altra, ed è quella che ho scelto come chiave di lettura del capitolo finale della tesi: applicata al design moda, è il modo più chiaro che ho trovato per descrivere quello che faccio davvero.
Man in the Middle
Un designer è come un DJ che mixa un set, o un pittore che finisce un'opera prima di una mostra — quello che conta non è la dimensione del pubblico, è completare il lavoro. Questo istinto non è cambiato dai tempi dei primi couturier di fine Ottocento. Quello che cambia sono gli strumenti: il taccuino diventa un tablet, la sala cartamodelli diventa un motore 3D, la passerella diventa, a volte, uno schermo.
La mia posizione è questa: la nuova tecnologia non cancellerà quell'istinto — lo metterà alla prova. I designer che supereranno questo passaggio non saranno quelli che resistono a computer, robotica o AI. Saranno quelli che padroneggiano i nuovi strumenti senza perdere l'occhio che li ha resi designer fin dall'inizio. Il settore non ha bisogno di designer che si sentono al centro dell'universo. Ha bisogno di designer disposti a rimettere i piedi per terra, imparare i nuovi strumenti, e usarli per costruire qualcosa di più onesto.
Ho vissuto quella posizione dall'interno, non dall'esterno. Sono cresciuto tra macchine industriali e controllo qualità prima ancora di aprire un software di design. Oggi lavoro esattamente nel punto in cui un'idea diventa un tech pack, un tech pack diventa un costo, e un costo diventa un capo reale, producibile. Quello è il mezzo. È lì che sono sempre stato.
Il Concetto della Tesi
L'Industry 4.0 si muove lungo quattro direttrici: dati e connettività (Big Data, IoT, Cloud), analytics e machine learning che trasformano i dati in valore predittivo, interazione uomo-macchina (interfacce touch, realtà aumentata), e il ponte dal digitale al fisico — manifattura additiva, robotica, stampa 3D.
Applicato alla moda, questo cambiamento attraversa l'intera filiera. Nel design e nel retail: software sempre più specializzati, previsione della domanda basata su deep learning, assistenti di stile virtuali che portano lo styling personale alla portata di chi prima non poteva permetterselo, il retail che si riorganizza attorno ad AR/VR in negozio e alle prime fashion week nel metaverso, dove i capi esistono solo come dati e sono indossati solo da avatar. Nella produzione: e-textile e capi intelligenti che reagiscono a temperatura e movimento, robotica che entra sempre più a fondo nel taglio e nella cucitura, non solo nei magazzini, e stampa 3D che apre la porta a un modello glocal: produzione locale al suo meglio — quella che l'Italia ha sempre fatto meglio di chiunque altro — abbinata a spedizioni on-demand in qualsiasi parte del mondo. Non il locale al posto del globale: il meglio di entrambi, costruito sull'artigianalità più che sul volume.
Niente di tutto questo è neutro. La produzione di massa ha già spinto il settore verso sovraccapacità, spreco e una corsa al ribasso che danneggia sia il pianeta che le persone dentro la filiera. Il cambiamento descritto da questa tesi non è automazione fine a sé stessa — è un'occasione per spostare la moda dall'essere usa-e-getta al tornare a essere utile: produzioni più piccole, capi fatti meglio, una produzione che risponde a chi quei capi li indosserà davvero.
Il capitolo sulla sostenibilità parte da un problema strutturale: il sistema moda funziona ancora in gran parte su un modello lineare — "cradle to grave" — in cui le materie prime vengono estratte, trasformate in capi, vendute e infine scartate, spesso dopo una vita molto più breve di quella che quei materiali meriterebbero. La tesi esplora il passaggio a un modello circolare, "cradle to cradle": capi, tessuti e fibre che mantengono il loro valore durante tutto l'uso e vengono reimmessi nella filiera invece di diventare rifiuto. Non è solo una questione ambientale — è anche una questione di value chain: la tracciabilità e la trasparenza, spesso rese possibili da tecnologie come la blockchain, permettono di sapere davvero da dove viene un capo e come è stato realizzato. Il passaggio da un modello di prodotto a un modello di servizio — riparazione, noleggio, rivendita, remake — ridisegna il modo in cui un brand crea valore, non più solo vendendo capi nuovi ma estendendone la vita utile. È un cambiamento che riguarda le aziende tanto quanto i designer: un designer che pensa alla circolarità fin dalla fase di concept — materiali, costruzione, quanto facilmente un capo può essere smontato — plasma l'intero ciclo di vita di un prodotto, non solo il suo aspetto iniziale.